La Val d'Astico, una delle più belle e verdi vallate vicentine, rischia di essere deturpata dalla realizzazione del tratto autostradale A31 Valdastico Nord. Quest'opera si caratterizza per un costo di realizzazione stimato in oltre DUE MILIARDI DI EURO (49 milioni di €/km) e flussi di traffico modesti, ma provocherebbe danni ambientali gravissimi e difficili da contenere. Viene proposta e sostenuta solo dalla società che gestisce la A4 Brescia-Padova, per interessi di rinnovo concessione. Interessi solo LORO!
In un ottica di progresso sostenibile e di alternative al trasporto su gomma, è doveroso dire NO ALLA VALDASTICO NORD!

venerdì 11 ottobre 2013

“Autostrada Valdastico-PiRuBi: quanto costa, a chi serve?” Incontro pubblico a Trento sabato 12 ottobre

Partecipa anche il Comitato No Valdastico Nord

Ci sarà anche Renzo Priante del Comitato No Valdastico Nord tra i relatori dell'incontro pubblico “Autostrada Valdastico-PiRuBi: quanto costa, a chi serve?” che si terrà a Trento nella Sala Rosa della Regione (piazza Dante), sabato 12 ottobre alle 14.30. Organizzato dal Coordinamento trentino No Valdastico, in collaborazione col comitato gemello No Valdastico Nord vicentino, e con l’adesione di Italia Nostra, Lega Ambiente, Wwf e del comitato delle associazioni per la pace e i diritti umani di Rovereto, l'appuntamento intende porre al centro della campagna elettorale per il rinnovo del consiglio provinciale trentino (domenica 27 ottobre) il tema del prolungamento dell'autostrada A31 Nord. Sono infatti stati invitati tutti i candidati.
Aprirà la serie di interventi in scaletta Roberto Antolini, fondatore del mensile d'informazione e approfondimento “Questotrentino” (“Un progetto anti-economico”), cui seguiranno il vicesindaco del Comune di Besenello Roberta Rosi (“Una ferita all’autonomia”), l'architetto Renzo Priante del comitato vicentino No Valdastico Nord (“Problemi ambientali”), il geologo Luigi Frassinella (“Valdastico e geologia del massiccio della Vigolana”) ed Emanuele Curzel di Pergine (“Valsuagana e Valdastico”).


"Vajont. 50+1giorno. Luci sulla frana della Marogna per non dimenticare” (è andata cosi....)

Pioveva che Dio la mandava ieri sera....e c'era pure un pò di vento. Solo mezz'ora prima nessuno avrebbe pensato di potercela fare. Invece, evidentemente, chi governa il Creato, riesce a premiare le buone intenzioni. 
Solo qualche goccia di pioggia intermittente ha accompagnato una quarantina di impavidi che, armati di ombrelli, k-way, torce e lumini, hanno deciso di non mancare all'appuntamento presso il Ponte di Casotto. 
Per ricordare le vittime del Vajont ma, ancor di più, per riflettere sull'ottusità umana che spesso, per meri interessi, abusa della natura, non rispetta il suo delicato ecosistema minando, quel che è peggio, alle vite umane.
Dopo un primo ritrovo al ponte, il gruppo si è incamminato per una breve passeggiata costeggiando, dapprima, la parte della Marogna che è stata già sbancata nei più di 20 anni di attività della cava, per poi arrivare in centro al paese e ridiscendere concludendo il percorso con la posa dei lumini a memoria.
Durante il tragitto, molte le soste con letture di vario genere: articoli della Costituzione che sottolineano il concetto di "bene ambientale", una sintesi della relazione sullo stato della Frana Marogna (che il prof. Zampieri ha inviato a Roma e che non è stata minimamente considerata dagli enti preposti), testimonianze di chi visse in prima persona la tragedia del Vajont, estratti di scritti di Mario Rigoni Stern, Tina Merlin, Fogazzaro, sagge frasi di Gandhi, poesie.
Tutti hanno potuto liberamente leggere un documento toccante e pregno di significato. 

Paese immobile
Silenzio
Pioggia
Parole
Emozioni
Brividi lungo la schiena
Uomo vs Natura
Perchè?!

Chiudevano le letture applausi sentiti e sommessi oppure, semplicemente, il silenzio.
Non un silenzio vuoto, ma un silenzio costruttivo, di viva riflessione, di coscienze che si sentono "smuovere dentro" e decidono di non tacere davanti agli scandali.
Perchè sia possibile imparare dalla storia ed evitare il ripetersi degli stessi errori.

Irma oggi ci scrive:
"Serata intensa, a tratti commovente; nella lettura dei brani riguardanti il Vajont, respiravo e soppesavo tutta la realtà e la durezza di ogni singola parola, e la sofferenza e l'angoscia di tutte le donne e gli uomini che l'hanno vissuta sulla loro pelle".


Probalbilmente gli stessi sentimenti con i quali tutti noi, ieri sera, abbiamo raggiunto casa.....


"Vajont. 50+1giorno. Luci sulla frana della Marogna per non dimenticare”
 





 



giovedì 10 ottobre 2013

Echi dalla stampa sul comunicato della serata a Pedemonte per ricordare la tragedia del Vajont

Il Giornale di Vicenza - pag. 27


Il Gazzettino


Thiene On Line

Valdastico Nord e Vajont: luci sulla Marogna per non dimenticare

“Vajont. 50+1giorno. Luci sulla frana della Marogna per non dimenticare”. È l’uscita serale, con lumini e aperta a tutti, che il comitato No Valdastico Nord organizza per giovedì sera, 10 ottobre, con ritrovo alle 20.45 sul ponte nuovo di Casotto (a Pedemonte, lungo la statale, con ampia possibilità di parcheggio).

“L'iniziativa – spiega Irma Lovato del comitato - nasce per far riflettere e porre l'accento sulla facile abitudine nel ricordare ciò che di triste e catastrofico abbiamo vissuto come popolo e nazione, e sulla seguente facilità nell'archiviare le ragioni, i motivi, le leggerezze e le responsabilità, continuando la strada come se nulla fosse accaduto. Per questo abbiamo scelto di organizzare il nostro personale modo di ricordare la tragedia del Vajont, il 10 ottobre, ponendola vicina, anzi, ai piedi della frana Marogna che per diverse caratteristiche e modalità ricorda quella vicenda. Desideriamo far rilevare e sottolineare l'assordante silenzio sulla frana Marogna nonostante i molti studi, i solleciti e la pericolosità più volte espressa con scritti e conferenze dal professor Dario Zampieri dell'Università di Padova. Prendere coscienza e consapevolezza 50 anni e 1 giorno dopo – continua Lovato -, significa voler guardare al futuro con la consapevolezza di cittadini che credono nell'agire collettivo, nella corresponsabilità che tutti abbiamo nei confronti dei beni comuni, quali territorio e qualità della vita. Con la nostra presenza e con l'accensione dei lumini desideriamo ancora una volta e con forza porre all'attenzione delle pubbliche amministrazioni locali, provinciali, regionali e statali la scarsa attenzione, o la voluta dimenticanza, di come il proseguimento dell'A31 Valdastico Nord venga ad incrociarsi con tale frana".

Muniti di lumini di cera votivi da portarsi da casa, quindi, i partecipanti verranno guidati lungo un breve percorso facile e asfaltato ai piedi della frana della Marogna, fino al momento della deposizione dei lumini: alle 22.39, esattamente quando il 9 ottobre del 1963 un pezzo del Monte Toc crollò dentro alla diga del Vajont generando l’onda mortale che travolse la valle fino a Longarone.

Il percorso verrà inframezzato da letture, naturalmente al lume di candela: alcune di carattere scientifico, tratte dagli articoli sul rischio frana redatti dai geologi, altre di carattere letterario, altre ancora potranno essere lette a titolo personale e liberamente.

Sono state invitate le associazioni e i comitati locali che si battono per la difesa del territorio.

La manifestazione si terrà con qualsiasi condizione meteorologica: in caso di pioggia l'iniziativa durerà meno del previsto.
di Redazione Thiene on line

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Schio Thiene Più

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La notizia è stata data anche su TVA Vicenza... ne parlano dal 28' 30" ...

Notiziario TVA_Vicenza 




martedì 8 ottobre 2013

Comunicato stampa - "Vajont. 50+1giorno - Luci sulla frana della Marogna per non dimenticare"

Giovedì sera 10 ottobre a Casotto di Pedemonte

Valle dell’Astico, 8 ottobre 2013

Vajont. 50+1giorno. Luci sulla frana della Marogna per non dimenticare”. È l’uscita serale, con lumini e aperta a tutti, che il comitato No Valdastico Nord organizza per giovedì sera, 10 ottobre, con ritrovo alle 20.45 sul ponte nuovo di Casotto (a Pedemonte, lungo la statale, con ampia possibilità di parcheggio).
L'iniziativa – spiega Irma Lovato del comitato - nasce per far riflettere e porre l'accento sulla facile abitudine nel ricordare ciò che di triste e catastrofico abbiamo vissuto come popolo e nazione, e sulla seguente facilità nell'archiviare le ragioni, i motivi, le leggerezze e le responsabilità, continuando la strada come se nulla fosse accaduto. Per questo abbiamo scelto di organizzare il nostro personale modo di ricordare la tragedia del Vajont, il 10 ottobre, ponendola vicina, anzi, ai piedi della frana Marogna che per diverse caratteristiche e modalità ricorda quella vicenda. Desideriamo far rilevare e sottolineare l'assordante silenzio sulla frana Marogna nonostante i molti studi, i solleciti e la pericolosità più volte espressa con scritti e conferenze dal professor Dario Zampieri dell'Università di Padova. Prendere coscienza e consapevolezza 50 anni e 1 giorno dopo – continua Lovato -, significa voler guardare al futuro con la consapevolezza di cittadini che credono nell'agire collettivo, nella corresponsabilità che tutti abbiamo nei confronti dei beni comuni, quali territorio e qualità della vita. Con la nostra presenza e con l'accensione dei lumini desideriamo ancora una volta e con forza porre all'attenzione delle pubbliche amministrazioni locali, provinciali, regionali e statali la scarsa attenzione, o la voluta dimenticanza, di come il proseguimento dell'A31 Valdastico Nord venga ad incrociarsi con tale frana".
Muniti di lumini di cera votivi da portarsi da casa, quindi, i partecipanti verranno guidati lungo un breve percorso facile e asfaltato ai piedi della frana della Marogna, fino al momento della deposizione dei lumini: alle 22.39, esattamente quando il 9 ottobre del 1963 un pezzo del Monte Toc crollò dentro alla diga del Vajont generando l’onda mortale che travolse la valle fino a Longarone.
Il percorso verrà inframezzato da letture, naturalmente al lume di candela: alcune di carattere scientifico, tratte dagli articoli sul rischio frana redatti dai geologi, altre di carattere letterario, altre ancora potranno essere lette a titolo personale e liberamente.
Sono state invitate le associazioni e i comitati locali che si battono per la difesa del territorio.
La manifestazione si terrà con qualsiasi condizione meteorologica: in caso di pioggia l'iniziativa durerà meno del previsto.


Il Sole 24 Ore - 06/10/13 - Il paesaggio, bene comune

Bellissimo articolo su Il Sole 24 Ore di Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa.
Un articolo che, per chi lo legge "di pancia", non potrà fare a meno di sconvolgere dentro e muovere le coscienze per l'intensità delle parole usate parlando di tutela del territorio come "valore costituzionale primario ed assoluto", parlando del ruolo attivo della scuola e dei cittadini in un'ottica di "vigilanza" per una "tutela atta a rendere il nostro patrimonio fruibile da tutti".
Non si parla di politica "del schèo", ma di "politica di efficace intervento, curativo e preventivo contro il dissesto idrogeologico, contro l'estesa franosità del territorio...contro il diffuso rischio sismico" realtà, queste, che alcuni tendono a nascondere e negare per portare avanti i loro interessi. Si parla di "principio etico" e "rispetto per i diritti delle generazioni future". Parole forti, forse scomode, per chi ha in mente solo i benefici individuali e agisce per il proprio tornaconto.
Si parla addirittura di Valutazione di Impatto Ambientale, come strumento che prevede l'intervento di "qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici e o privati, nonchè dei portatori di interessi diffusi costetuiti in associazioni o comitati" (ndr peccato che, alla luce dei fatti, questo diritto spesso venga infangato e nascosto da chi ha in mano le redini del "potere"....)  
Si parla infine del ruolo dei cittadini, che devono sorvegliare, "influenzare e censurare i legislatori e le istituzioni" . Questo, crediamo, sia quanto di più concreto e palese è stato fatto dal Comitato e da tutte le persone che collaborano con noi in questi due anni di attività.
Un articolo da leggere tutto d'un fiato....Buona lettura!!

lunedì 7 ottobre 2013

E' nato il COORDINAMENTO NO VALDASTICO NORD TRENTINO!

E' con piacere che dedichiamo uno spazio al blog da poco nato dei nostri amici trentini.
Per sugellare l'unione per una battaglia comune, gli abitanti della Provincia di Trento hanno voluto ricordare nel loro nome il Comitato No Valdastico Nord. 
Diamo, quindi, il benvenuto al COORDINAMENTO NO VALDASTICO NORD TRENTINO!

Riportiamo un estratto delle motivazioni che hanno portato i "colleghi" alla creazione di uno spazio condiviso con tutti:

PERCHE'....
"Il costo di quest’opera inutile – tirata fuori dal cassetto solo come scusa per un rinnovo della concessione senza passare per la gara - verrebbe insomma scaricato sulla competitività delle imprese, cosa di cui tutti si riempiono la bocca soprattutto in tempo di crisi, ma che è fatta anche di oneri come questo: degli alti pedaggi autostradali necessari per finanziare tracciati inutili."
.....
"Con le prossime elezioni provinciali la questione dovrebbe essere al centro della discussione, perché un alleggerimento della posizione fino ad ora contraria della giunta provinciale di Trento potrebbe aprire la strada all’approvazione del progetto anche da parte del Trentino."

Qui sotto il link al blog

da visitare e tenere sotto occhio, anche per capire cosa succede qualche chilometro più in là del confine...

Un plauso, da parte dei componenti del Comitato No Valdastico Nord alle persone che mettono a disposizione il proprio tempo e la propria energia per una sana e costruttiva informazione.
 

La difesa del Popolo - 06/10/13

Un articolo che si commenta da sè.
Un articolo che potrebbe divenire il "manifesto" di...."quelli del no"
Quelli che non dicono NO a prescindere, 
che non sono contro al progresso,
se ciò significa ponderare le conseguenze, valutare i benefici,
essere lungimiranti ed obiettivi.
Ci sono anche "quelli del no" che investono il loro tempo e la loro energia per mettere in evidenza scandali per i quali è tutta la società a farne le spese, comprese, in questo momento di crisi, le imprese che, stando a chi declama la necessità di queste grandi opere, dovrebbero solo guadagnarne e portare benefici per lo sviluppo dell'economia.

giovedì 3 ottobre 2013

E non dimentichiamoci del subdolo art. 38 del PTRC.... La Nuova Vicenza 19/07/13

Si è discusso molto dell'art. 38 del PTRC, anche tra noi del Comitato...
Qui sotto un bellissimo articolo di Giulio Todescan apparso sul La Nuova Vicenza qualche mese fa e "ripescato" perchè parla chiaramente delle conseguenze devastanti nell'applicazione di tale articolo, per il momento, fortunatamente non ancora approvato.
Pensiamo a cosa accadrebbe al territorio dove dovrebbero insistere i caselli di Seghe di Velo (o di Casale?) e il casello di Casotto... Non occorre aggiungere altre parole.
Buona lettura!

Deregulation: così la Regione Veneto espropria ai Comuni caselli e stazioni

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PTRC_Veneto_Mobilità
La rete stradale del Veneto futuro secondo il Ptrc della Regione Veneto
Caselli autostradali, stazioni delle ferrovie regionali e svincoli d’ingresso alle superstrade espropriati: la Regione Veneto li fa suoi, e decide di sottrarre ai Comuni la gestione urbanistica dei terreni in un raggio di 2 chilometri. Roba astrusa, materia da esperti? Mica tanto, visto che i caselli e gli svincoli – soprattutto quelli progettati nel reticolo di “grandi opere” a quattro corsie che la Regione e il suo assessore alla mobilità Chisso hanno autorizzato con il project financing – in Veneto abbondano e ce ne saranno sempre di più. La norma è contenuta nell’articolo 38 del Ptrc, il piano territoriale regionale di coordinamento, in pratica il grande “piano regolatore” del cemento e delle strade del Veneto.
La giunta di Luca Zaia ha ereditato il Ptrc dalla giunta Galan. Quest’ultima lo aveva adottato nel 2009, in scadenza di mandato. Poi, proprio a causa della valanga di osservazioni piovute dai mille comitati resistenti del Veneto, non era riuscito a portarlo ad approvazione in consiglio regionale. Ora il Piano ha ripreso il proprio iter. Ma non si è fermata nemmeno la mobilitazione dal basso. Lunedì 15 luglio il Ptrc è stato presentato a Vicenza, nella sala convegni di Confartigianato, dal vicepresidente della Regione Marino Zorzato: dalla platea sono emersi tutti i dubbi di ambientalisti e comitati verso quell’articolo, e non solo.
Maria Pia Farronato, attivista del comitato No Valsugana e dell’associazione LABC di Romano d’Ezzelino, lancia l’allarme: «L’anno scorso i comitati di tutto il Veneto avevano raccolto 3500 firme contro l’articolo 38 delle norme tecniche del Ptrc. Ma ora, con la “variante paesaggistica” approvata in aprile dalla giunta di Zaia, le cose sono ancora peggiorate: la Regione non si prende solo le aree attorno ai caselli delle autostrade, ma anche gli accessi alla “rete primaria”, cioè le superstrade».
Che vuol dire “variante paesaggistica”? Semplice: il Ptrc nasceva come piano urbanistico e della mobilità, da completare con un ulteriore piano, quello del paesaggio, di cui il Veneto non è ancora dotato nonostante sia un obbligo prescritto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004. Nei mesi scorsi però la giunta regionale ha deciso di non attendere oltre: anziché realizzare un piano paesaggistico ex novo, ha riformato il Ptrc dando a quest’ultimo una “valenza paesaggistica”. Lo ha fatto adottando il 15 aprile una “variante parziale” al Ptrc stesso.
Il piano riformato non cambia gli assiomi di base: tutto l’impianto ruota intorno ai “progetti strategici” su cui la giunta regionale potrà disporre di arbitrio assoluto quanto a tempi e modi di intervento. Ma mentre nella precedente versione del Ptrc l’articolo 5 ne elencava dodici (dal porto di Venezia alle “cittadelle aeroportuali”, dagli hub della logistica alle ville palladiane), nella nuova versione si aggiunge che «la Giunta Regionale provvede con propri atti all’individuazione dei progetti strategici», che è come dire che può fare e disfare la lista senza limite alcuno. (:-O!!!!!!)
Una logica basata su una deregulation spinta e sull’esproprio delle prerogative degli enti locali. Una logica che, nelle intenzioni di Zorzato e della giunta, sarebbe motivata dalla necessità di mettere fine al caos urbanistico dei mille campanili e delle milleuna zone industriali che infestano il territorio veneto. Ma secondo i comitati i rischi sono ben maggiori: «La Regione dice che vuole “fate tenuta” bloccando gli appetiti degli enti locali – sostiene Maria Pia Farronato – In realtà la Regione alza una barriera ancora più pesante: Pat e Piani degli Interventi su vaste aree dei comuni perdono qualsiasi potere d’intervento, si tratta di un vero e proprio “vincolo d’esproprio” dove la Regione si arroga il diritto di istituire “piani strategici” a proprio piacimento. Senza alcun meccanismo di controllo. Basta un passaggio in giunta regionale e si passa sopra alla volontà popolare e degli enti locali». Il pericolo inizia ad essere sentito anche dai comuni: quello di Fontaniva, in provincia di Padova, si appresta ad approvare una mozione per l’abrogazione dell’articolo 38. Sarebbe la prima in Veneto.
Applicazione teorica dell'art. 38 del Ptrc del Veneto al comune di Romano d'Ezzelino.
Applicazione teorica dell’art. 38 del Ptrc del Veneto al comune di Romano d’Ezzelino.
Secondo la rete dei comitati anti-cemento “Altrove” «il richiamo ai progetti strategici, soprattutto per quanto concerne la norma di cui all’articolo 38 che attribuisce alla Regione la possibilità decidere le trasformazioni urbanistiche in prossimità dei caselli autostradali e degli accessi alle superstrade, per un raggio di 2 km dalla barriera stradale, una enorme ed imprecisata quantità di ambiti territoriali, sembra finalizzato a consentire la realizzazione indiscriminata di nuovi centri commerciali (vedi anche commi 1.a e 1.b dell’art. 46 e comma 1.g dell’art. 67 delle Norme) e quindi nuove speculazioni immobiliari decisamente contrastanti con la finalità dichiarata di riduzione del consumo di suolo».
Maria Pia Farronato e l’associazione LABC hanno provato ad applicare l’articolo 38 sul territorio del loro comune, Romano d’Ezzelino: il risultato (spiegato sul loro blog) è quello che si vede nell’immagine qui a lato. Tracciando i cerchi di 2 chilometri di diametro a partire dai punti d’accesso alla futura Nuova Valsugana (che da Romano d’Ezzelino vedrebbe partire un tunnel sotto il monte Grappa in direzione nord), si vede come la quasi totalità del territorio comunale venga di fatto tolta dalla competenza urbanistica municipale. Un rischio contro cui l’associazione ha iniziato a raccogliere firme anche con una petizione on line.

mercoledì 2 ottobre 2013

La Nuova Vicenza - 01/10/13 Si parla di Project Financing

Interessante articolo sui Project Financing, definiti dallo stesso Zaia "un aggravio per i nostri bilanci."
Piccola riflessione: al momento attuale, salvo essere pronti a cambiare idea di fronte a qualche fatto nuovo, l'unico movimento politico che affronta il problema cruciale è il M5S, che non è neppure presente in regione.
In giallo, alcuni passaggi interessanti dell'articolo.. Buona lettura!


(Ed è scandaloso che i rappresentanti delle società proponenti siano sempre persone cosi morigerate, onorevoli, esterne a conflitti d'interesse e dalla fedina penale pulita...Siamo o non siamo in Italia??:-) )

M5S Veneto a Zaia: basta col project financing

 di NV il 01 ott 2013.
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Un esemio di PF: il Traforo dello Zovo (Valdagno-Schio)
Un esemio di PF: il Traforo dello Zovo (Valdagno-Schio)
Movimento 5 Stelle del Veneto – “Con riferimento all’udienza della Corte dei Conti della Regione Veneto, tenutasi il 25 settembre scorso presso la prefettura di Venezia per l’attestazione di regolarità del bilancio regionale 2012, il MoVimento 5 Stelle tiene a sottolineare e a portare in assoluta evidenza le affermazioni del Governatore Zaia che, durante l’udienza, a fronte del paventato risultato positivo ed in virtù della necessità di contenere comunque la spesa pubblica, ha chiesto ai magistrati della Corte dei Conti un aiuto per un obiettivo ambizioso. Ovvero rivedere i contratti di finanza di progetto, che pesano sul bilancio regionale: «Abbiamo bisogno della vostra collaborazione, ad esempio, per verificare le condizioni di rinegoziazione dei progetti di finanza che abbiamo ereditato e che rappresentano oggettivamente un aggravio per i nostri bilanci, come voi stessi avete evidenziato nella relazione. Rimetterci mano, magari avvalendoci di finanziamenti della Banca Europea degli investimenti, potrebbe essere una soluzione alla quale potremmo lavorare con il vostro aiuto». La Corte dei Conti ha posto in evidenza come negli ultimi anni della passata legislatura (2007-2010) sono stati anni di vacche troppo grasse dove si è accumulato un debito ingente che ha “ingessato” i conti degli anni successivi, ma già per l’esercizio 2011 nel “Referto sulla gestione finanziaria della Regione Veneto per la verifica dell’attuazione delle leggi regionali di principio e di programma Parte Generale Indagine sull’assistenza sanitaria nel Veneto” (pag. 345), la Corte dei Conti evidenziava che circa il 46% degli oneri finanziari della regione era costituito da canoni e oneri accessori per Project Financing. Da immaginarsi, ovviamente, che per l’esercizio 2012 non ci si discosti di molto da tale percentuale.
Il M5S tiene a sottolineare che il Governatore avrebbe dovuto prendere provvedimenti già a partire dal 2010 quando, nel Dicembre dello stesso anno, la 5^ Commissione Consiliare Regionale, nella relazione conclusiva sull’analisi comparativa di esperienze di finanza di progetto avviate da alcune Usl del Veneto, lo aveva caldamente invitato a prendere urgenti provvedimenti per eliminare gravi criticità nell’applicazione dei contratti di Project Financing come ad esempio: l’incidenza dell’Iva con l’aliquota pari al 20% sul canone complessivo anche per servizi che prevedono aliquote inferiori (4-10%); la presenza nei contratti di clausole “vessatorie” a danno dei Concedenti; assenza nei Project della clausola di riscatto; la durata del vincolo di concessione troppo estesa (25/30 anni) con impossibilità di rinegoziazione e di effettuare per un lungo periodo nuove gare o ricorrere a gare Consip, notoriamente più convenienti; la mancanza di personale altamente specializzato atto a supportare in modo “forte” le singole aziende sanitarie nelle loro scelte. Pur avendo ereditato i contratti di Finanza di Progetto ci domandiamo cosa abbia attuato la Giunta Zaia in questi ultimi tre anni per contrastare tali criticità? Quali sono stati i provvedimenti adottati? Che fine ha fatto e quali risultati sta ottenendo la Commissione d’Inchiesta sui lavori pubblici regionali istituita con deliberazione del Consiglio Regionale n.21 del 22/03/2013 che deve verificare, a fronte di quella che è stata definita la nuova “tangentopoli veneta”, procedure, costi e tempi di affidamento, aggiudicazione e realizzazione dei lavori pubblici di competenza regionale, con particolare riguardo a quelli eseguiti o in corso di esecuzione/affidamento attraverso Project Financing?
Il M5S già nel dicembre 2012, in una comunicazione al Governatore Zaia, denunciava il fallimento di un modello di intervento e di gestione dei servizi in ambito sanitario perseguito con il largo utilizzo del Project Financing, puntualizzando sulla rigidità dei contratti di project e della loro sostanziale immodificabilità, quantomeno per la parte relativa al canone di disponibilità. Il M5S di Venezia a marzo 2013 ha chiesto l’intervento della Corte dei Conti e della Guarda di Finanza, sui conti dell’ospedale all’Angelo di Mestre sul Pf e siamo in attesa degli sviluppi delle indagini. Il M5S a fine maggio 2013 tramite il proprio deputato, Federico D’Incà, ha presentato richiesta di accesso agli atti della superstrada pedemontana, in particolare alla Convenzione tra il Commissario Vernizzi ed il Concessionario Sis che realizza l’opera; la documentazione è stata negata al parlamentare affermando, a giustificazione del diniego, che la richiesta era «priva degli elementi a dimostrare la sussistenza dell’interesse diretto, concreto ed attuale» necessari per fornire la documentazione, in quanto, tali atti attengono alla fase contrattuale privata intercorrente tra le parti. Ma come può un’opera di così vaste proporzioni, che coinvolge un intero territorio della Regione Veneto, che ha un impegno economico così importante (2,5 miliardi di euro) anche a carico dello Stato e che perdura da così tanto tempo, essere considerata “una questione tra privati”?
E questo, senza contare l’ulteriore contributo pubblico che la Sis riceverà entro fine anno, grazie alla norma detta “sblocca cantieri” contenuta nel Decreto del Fare, la quale prevede un finanziamento a fondo perduto di 40 milioni di euro per rilanciare gli interventi in Project Financing in corso di realizzazione. Il MoVimento 5 Stelle invita nuovamente con forza la giunta Zaia ad un complessivo ripensamento circa la congruità del largo ed indiscriminato utilizzo degli strumenti di finanza di progetto sin qui adottati, rispetto alle finalità istituzionali e di interesse pubblico assegnate e chiede al contempo, per tutti i progetti interessati da tale modalità di finanziamento, un immediato periodo di moratoria che blocchi ogni ulteriore iniziativa da parte dei proponenti e sospenda l’iter di approvazione ed avvio di quanti in tale fase si trovino, a cominciare dall’assegnazione in appalto, in questi giorni, della superstrada denominata “Via del mare: collegamento A4 – Jesolo e litorali”, un progetto di finanza, che vede tra le società proponenti il Consorzio Vie del Mare ed Adria Infrastrutture SpA, che facevano capo, fino a poco tempo fa, rispettivamente a Piergiorgio Baita ed a Claudia Minutillo, tra i principali indagati nell’inchiesta sulla cosiddetta “tangentopoli veneta”. Contestualmente chiediamo che le commissioni I^ e II^ si attivino congiuntamente, anche alla luce del D.L.179/2012, per l’esame dei progetti di finanza stradali e autostradali attualmente in corso, come fatto a suo tempo dalla V^ commissione per i progetti di finanza in ambito sanitario.”

martedì 1 ottobre 2013

Altreconomia è tornata tra noi! Interessante articolo di Luca Martinelli 28/09/13

Evidenziati in giallo alcuni passaggi significativi dell'intervista a Vallerani, geografo dell'Università Cà Foscari. Buona lettura!
 
L'Italia è nuda di fronte al cemento "Se picchi emotivi di rabbia indignata non lasciano spazio alla rassegnazione, c'è ancora spazio per resistere alla devastazione del territorio". In occasione del #digiunoperlambiente promosso il 28 e 29 settembre da numerosi comitati veneti contro Grandi opere e Project Financing, Ae intervista Francesco Vallerani, geografo dell'Università Ca' Foscari e autore di "Italia desnuda. Percorsi di resistenza nel Paese del cemento"
 
 di Luca Martinelli - 28 settembre 2013

“L'Italia sarà sempre più desnuda se, dopo i picchi emotivi di rabbia indignata, il disagio di vivere tra i cannibali del paesaggio si tramuterà in rassegnazione” scrive Francesco Vallerani presentando il suo libro, “Italia desnuda. Percorsi di resistenza nel Paese del cemento” (Edizioni Unicopli, 2013).
Vallerani, che insegna Geografia all'Università Ca' Foscari-Venezia, è veneto, ed il Veneto -un paesaggio che ha subito negli ultimi decenni eccessive trasformazioni- è l'ambito privilegiato dei suoi studi.

E poiché i processi di cementificazione non paiono destinati a fermarsi, il 28 e 29 settembre numerosi comitati veneti (cittadini che non si rassegnano, e coltivano la propria indignazione) hanno scelto di lanciare un messaggio contro le grandi opere, digiunando contro “la devastazione del territorio”. È un #digiunoperlambiente che -secondo Vallerani- rappresenta “una strategia valida per tenere alta l’attenzione sulla necessità assoluta di salvare il salvabile, e bloccare una volta per tutte la corsa folle verso l’accaparramento di ciò che ancora resta di preziose risorse territoriali”. 

Nel tuo libro, evidenzi il rischio di "noncuranza", "assuefazione", di una "indifferenza che placa i disagi" di questa invasione del cemento. In che modo il "digiuno a staffetta" -promosso al termine dell'iniziativa "solitaria" di Don Albino Bizzotto- rompe questo  stato di cose? Che effetto può avere?
Noncuranza è figlia dell’indifferenza, che va di pari passo con la superficialità con cui si affronta ogni aspetto della vita quotidiana, accontentandosi di spiegazioni semplificate e senza alcun interesse per un percorso esistenziale consapevole. Questo è uno dei frutti velenosi diffusi ampiamente nei decenni di videocrazia in cui siamo immersi, regime che senza manganelli e olio di ricino ha distratto e addormentato le coscienze, lasciando ampio spazio a una progressiva erosione e impoverimento delle regole necessarie alla convivenza civile. L’invasione del cemento, con tutte le sue devastanti tipologie, è uno degli esiti più appariscenti di questo elogio delle strategie per l’arricchimento individuale. Le conseguenze del disastro sono di fronte agli occhi di tutti e la politica, tenuta in scacco dagli immensi interessi immobiliari e delle grandi opere, si è rivelata incapace di governare l’evolversi della territorialità.
Se le leggi non servono, poiché trionfa il meccanismo delle deroghe e degli abusi, non restano che le azioni di elevato valore evocativo e simbolico, come la straordinaria scelta del digiuno di Don Albino, quanto mai opportuno e benefico sasso lanciato nel maleodorante e torbido stagno dell’indifferenza pubblica e privata. Dopo la risonanza mediatica del singolo fatto, fa piacere notare la reazione dei cittadini di buona volontà che nonostante tutto riescono a sopravvivere in una regione come il Veneto. L’indignazione e il disagio che ho potuto rilevare è causato non solo dalla colpevole latitanza delle istituzioni -che non hanno vigilato sul pregio di importanza globale dell’ex paesaggio palladiano, consegnandolo ai posteri sotto forma di una sgangherata accozzaglia di obbrobri edilizi, con inoltre aria e acque seriamente contaminate-, ma anche dai nuovi scenari previsti in un immediato futuro, fatto di nuove infrastrutture viarie, nuove e pervasive edificabilità, contaminazione definitiva dei paesaggi più attrattivi.

Per quale motivo, a tuo avviso, il Veneto -che è stato un esempio di urbanesimo per il nostro Paese- è diventato oggi un paradiso per capannoni? Perché sta accadendo questo, intorno ai centri storici e alle Ville palladiane, che sono un Patrimonio dell'umanità Unesco?
In Veneto le popolazioni hanno trovato, fin dai tempi della colonizzazione romana (basti pensare alla intensa distribuzione di agri centuriati, ancora oggi facilmente visibili tra Padova, Treviso e Mestre) ottime condizioni ambientali per un vantaggioso insediamento, per lo più collegate alla fertilità dei suoli, all’abbondanza di acque, sia per l’irrigazione che per i trasporti verso il litorale, e di boschi.
Inoltre, la distribuzione sparsa delle abitazioni, raramente aggregatesi in villaggi compatti, si consolida in età medievale con una fitta distribuzione di pievi rurali, attorno a cui si aggregano le prime unità di villaggio. Queste costituiscono una fitta rete di relazioni legate al mondo rurale, da cui emergono numerose polarità di importanza strategica -soprattutto nel periodo di frequenti conflitti tra i liberi comuni di Verona, Vicenza, Padova e Treviso-.
Centri che sono ancora oggi delimitati da importanti cinta murarie (Cittadella, Montagnana, Soave, Este etc.). 
L’eredità storica di case sparse e città murate sono simboli tuttora indelebili di spiccato individualismo e di chiusura contro l’altro, per cui fin dalle origini prevale il proprio tornaconto o quello di una comunità ristretta rispetto al bene comune. Il mancato rispetto dei contesti attorno ai centri storici e alla maggior parte delle ville di età veneta ha inoltre a che fare con le condizioni di profonda miseria e ignoranza, e soprattutto con le politiche nazionali che non sono riuscite a capire che l’emergenza del primo dopoguerra si era esaurita alla fine degli anni ’50, anche tra gli ex poveri emigranti veneti.
È mancata una guida urbanistica, ma soprattutto etica, con gravi responsabilità anche da parte della Chiesa, che non ha per nulla rallentato la china rovinosa verso l’insaziabile rincorsa al benavere, travolgendo ogni valore e sacralità del creato, deviando invece verso la nuova religione del denaro e del successo economico. Ecco perché è perfetta la definizione di “paradiso per capannoni”.

In "Italia desnuda" evidenzi come, da Calvino a Settis, il mondo della cultura abbia avuto un ruolo fondamentale nel descrivere il paesaggio e le sue trasformazioni a partire dagli anni Cinquanta. Se è vero che Antonio Cederna riuscì a far istituire il Parco dell'Appia antica, per quale motivo credi che oggi l'effetto congiunto di indignazione intellettuale ed "azione popolare" non producano gli stessi effetti?
Il caso di Cederna  e del parco dell’Appia Antica è più unico che raro: tutte le altre voci che si sono levate  in difesa del paesaggio italiano tra gli anni ’50 e ‘60 hanno avuto poco esito, salvo il caso della legge di tutela dei Colli Euganei, nel 1971, che ha bloccato il prelievo di trachite dagli splendidi poggi amati e descritti da Petrarca, Foscolo, Byron e Shelley.
Oggi l’indignazione intellettuale è senza dubbio molto più diffusa, ma per incidere sull’opinione pubblica e smuovere i responsabili politici per un tempo poco più lungo di uno spot pubblicitario (è questa ormai l’unità di misura per valutare il livello di attenzione, in quest’epoca di superficialità liquida), è necessario l’intervento del personaggio molto esposto nelle reti televisive, di abilità oratoria, dotato di qualità telegenica, dunque un tipico esemplare da talk show.
Il contributo delle centinaia di altri prestigiosi intellettuali che per fortuna ancora operano in questo sciagurato Paese rimane relegato in qualche aula universitaria, nelle riunioni di comitati, in qualche libro o articolo di modesta tiratura, quasi mai recensiti dagli organi di stampa (anche i cosiddetti progressisti e democratici).
Non resta che l’azione popolare, ma anche qui bisogna essere rumorosi (non violenti), elaborare strategie insolite, come nel caso (di enorme efficacia mediatica a livello globale) dei coraggiosi che a nuoto si sono messi di traverso alle grandi navi nel canale della Giudecca a Venezia.
Ricordo con nostalgia il generoso contributo dato da Andrea Zanzotto alla battaglia per la difesa del paesaggio veneto, producendo larga condivisione. Tale successo è stato addirittura avvallato dai vertici della regione, garantendo con retorica solennità la tanto auspicata inversione di tendenza. Le solite parole senza seguito, effimera condivisione che però mai hanno avuto seguito concreto: anche oggi il viaggio nell’entroterra di Venezia consente di riempire un ancora troppo spesso quaderno di doglianze.